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28 dicembre 2011

La tv dei miracoli

DOCUMENTI Camila Moraes (Etiqueta Negra, Perù), Internazionale

Le chiese evangeliche brasiliane hanno costruito un impero commerciale grazie alla tv e a internet. Ora stanno conquistando il resto dell’America Latina con programmi televisivi che trasmettono sermoni, televendite e guarigioni.

Come una pop star a un concerto, il pastore intona una canzone dal palco, invitando il pubblico a cantare insieme a lui con l’accompagnamento di un’orchestra. Il testo della canzone scorre sugli schermi sparsi ovunque. Tutti cantano, alcuni sono più timidi, altri sono a loro agio come in una gara di karaoke. Nessuno sembra accorgersi di un immenso mostro nero che trasporta una telecamera mobile. La gru sorvola la sala, dal palcoscenico fino alle ultime file, si aggira silenziosa sulla testa dei fedeli che pregano e seguono con attenzione il pastore. Il dolly di solito è uno strumento sofisticato usato dai programmi televisivi o dalle produzioni cinematografiche. Molte emittenti in America Latina non ne hanno uno a disposizione, invece alla chiesa evangelica brasiliana queste tecnologie non mancano. I telepredicatori evangelici hanno capito bene il principio secondo cui l’immagine vale più di mille parole.

Chi non crede ai miracoli ha solo bisogno di guardare un po’ di tv. Dopo aver visto un telepredicatore all’opera per qualche minuto, lo spettatore più scettico non riuscirà a togliersi dalla testa l’immagine della guarigione di una persona con problemi di mobilità che si china e si rialza diverse volte, mentre il pastore, come in trance, gli dà ordini in nome del Signore. Le immagini sono eloquenti: un enorme stadio di calcio o una piccola sala conferenze si riempiono di fedeli che vogliono essere guariti dai mali del corpo e da quelli dell’anima. Sono attenti e concentrati mentre ascoltano il loro leader impegnato a guidare e divertire il pubblico. La convinzione non manca a nessuno. Un telespettatore distratto potrebbe pensare che fare miracoli non costi molto: bastano solo un palco, un pastore, un gruppo musicale e una grande quantità di sedie come unico elemento di arredamento.

Ma la differenza la fa lo showman. Un buon pastore sa anteporre la retorica alla conoscenza della religione. I suoi sermoni chiamano in causa continuamente il Signore, la sua saggezza e il suo amore infinito per i peccatori. Il predicatore mescola termini altisonanti scelti con cura a testimonianze personali, che danno l’illusione di essere tra amici. Di tanto in tanto sfoggia una citazione biblica, per dare credibilità a quello che dice. In questa fredda mattina d’inverno lo showman in tv è Romildo Ribeiro Soares, uno dei pastori più famosi della televisione brasiliana.

Soares aveva undici anni quando vide per la prima volta un televisore, insieme a una folla meravigliata davanti a una vetrina in una strada di Espírito Santo, in Brasile. Ricorda di aver pensato: “La televisione sembra un bell’affare”. Era il 1958. In quel momento non solo ebbe una rivelazione personale, ma fece una promessa davanti allo schermo: “Un giorno sarò in tv a parlare del Signore”. Oggi Soares passa circa cento ore alla settimana in tv. La sua faccia è tra le più conosciute dai telespettatori brasiliani. La sua voce suadente parla del Signore a milioni di persone ogni giorno. L’immagine di questo sessantenne, senza un capello bianco, vestito sempre in giacca e cravatta, supera i confini nazionali ed è trasmessa in tutta l’America Latina e in molte altre parti del mondo. Evangelico fin da bambino, Soares è diventato predicatore nell’adolescenza. Voleva fare il medico e aveva ottenuto una borsa di studio per andare a studiare in Russia.

Non si è mai laureato in medicina, ma ha finito per fare il guaritore in tv. Ha condotto il primo programma evangelico del paese su Rede Tupi. Era il 1977. Quello stesso anno ha fondato la Chiesa universale del regno di Dio (la più conosciuta delle chiese evangeliche brasiliane) con Edir Macedo, suo cognato. Anche Macedo oggi è un guru della televisione, proprietario di un canale televisivo religioso nazionale. Ma, lavorando insieme come telepredicatori, i due hanno scoperto di avere stili diversi. A Soares sembrava che suo cognato avesse un modo di fare troppo aggressivo e per questo si è messo in proprio e ha fondato la Chiesa internazionale della grazia di Dio. Oggi gestisce quasi tremila luoghi di culto in tutto il paese e un’altra quarantina nei paesi vicini, come l’Argentina e il Perù, ma anche in terre più lontane, come Spagna e Giappone.

Soares considera suo cognato un uomo d’affari che pensa solo ai soldi. Per lui invece è importante dedicarsi di persona alla conversione dei fedeli attraverso spettacoli dal vivo in cui si mescolano prediche, guarigioni miracolose e, ovviamente, conversione delle anime. Alle sue funzioni partecipano in media quattrocento persone. Se fosse diventato medico non sarebbe riuscito a visitarne tante nemmeno in due settimane. Il programma di Soares si chiama Show da fé e va in onda tutti i giorni negli orari di maggiore ascolto su due canali in chiaro, Band e Rede Tv e su uno via cavo chiamato Rit. I finanziatori della trasmissione non sono né case automobilistiche né marche di vestiti, ma il pubblico stesso. Alla fine di ogni puntata i telespettatori possono chiamare, registrarsi e fare le loro donazioni. Soares sa che, se stimolata, la fede non ha limiti. Per questo ha creato Gracia, una holding che riunisce una tipografia, una casa editrice, un’etichetta musicale e una casa di produzione cinematografica.

Lo show continua in rete

Gracia è arrivata anche su internet e offre assistenza online ai fedeli, videoconsigli, ricerca di versetti della Bibbia, un giornale online. In rete c’è anche un negozio di prodotti come cd, dvd e libri in tutte le lingue, dal portoghese all’arabo, con la possibilità di richiedere carte di credito speciali per i fedeli, come quelle che offrono i supermercati e i grandi magazzini. Dopo aver capito così precocemente il potenziale della televisione, Soares detto il Missionario, è passato ad altri mezzi di comunicazione senza nessuna difficoltà e ora gestisce un importante giro d’affari in rete.

Con sicurezza il Missionario muove la bocca davanti alla telecamera, ma il movimento delle labbra non coincide con quello che viene detto. Il discorso è doppiato e a tratti è fuori sincrono, ma l’intonazione e la fermezza del messaggio non si perdono. È la versione in spagnolo dello Show da fé. Basta cambiare canale per trovare una versione doppiata dello stesso programma. Nelle chiese evangeliche dell’America Latina, come nel calcio, trionfano i prodotti esportati made in Brazil. La dittatura militare, che ha governato il Brasile dal 1964 al 1984, ha favorito l’espansione delle chiese evangeliche di origine statunitense. L’evangelismo, infatti, da un punto di vista culturale si coniugava bene con la crescita industriale legata al capitale straniero di quegli anni. Gli evangelici inoltre combattevano i sacerdoti di sinistra che si opponevano al regime (negli anni sessanta il Brasile è stato la culla della teologia della liberazione, una corrente di cattolici che ammirava le idee della rivoluzione cubana, faceva proseliti nelle campagne e nei quartieri popolari e animava il dissenso verso il regime militare predicando l’uguaglianza).

Il paese cattolico più grande del mondo è stato una terra piena di opportunità, soprattutto tra le classi sociali più povere, per le chiese evangeliche che esaltano il benessere materiale come risultato di uno stile di vita cristiano.

Oggi questo successo si sta espandendo in tutto il continente e il Brasile da esportatore di spettacoli televisivi per il grande pubblico come il calcio e le telenovelas, è diventato un paese che esporta religione. Non è raro leggere sui giornali latinoamericani di come le più famose chiese evangeliche del Brasile si siano trasferite in altri pae­si vicini. Occupano vecchi cinema e li trasformano in luoghi di culto ed esportano anche tutta la gamma di servizi “sacri”. In Perù, Nicaragua e Messico le chiese pentecostali si assicurano che i loro pastori locali predichino con un leggero accento brasiliano, in omaggio al paese che non è più solo la terra del calcio, ma è diventato il primo produttore di sermoni televisivi e, a volte, di truffe nel nome del Signore.

Sconfiggere la sofferenza

Basta assistere a uno spettacolo dal vivo per percepire la forza di uno slogan semplice, ma efficace come una droga: “Smetti di soffrire”. È il motto della Chiesa universale di Edir Macedo, ma è una formula a cui gli altri culti evangelici si sono ispirati per trasmettere con chiarezza il loro messaggio. È un imperativo in stile pubblicitario, va bene per tutti. Siamo andati nel centro storico di São Paulo, la capitale industriale del Brasile, una zona grigia e a tratti degradata. La bassa temperatura e il vento umido non fanno pensare al paese tropicale di cui si parla nelle guide turistiche. Chi arriva in macchina non trova parcheggio. Chi arriva a piedi si mette in fila sulla porta di una struttura che sembra un teatro o un cinema. Sono tutti ben vestiti: le donne truccate, gli uomini impomatati e i bambini sono agghindati come per andare a una festa. Sfoggiano tutti con orgoglio i vestiti della domenica e un sorriso. All’interno della sala regna il silenzio, come in una messa tradizionale, e le persone si sistemano su delle comode sedie a mano a mano che entrano. L’arredamento del locale fa pensare a quello di una sala congressi, attrezzata con la tecnologia necessaria per uno show televisivo. È qui che a partire dalle sette di mattina, sei volte al giorno, si registra lo Show da fé, quasi sempre con la partecipazione di Romildo Soares. Una puntata di una soap opera che dura un’ora ha bisogno di cinque giorni di riprese per essere realizzata.

Assistere a una funzione domenicale ripresi da una telecamera non è un’esperienza che mette in soggezione. Non bisogna prostrarsi in un grande tempio davanti a delle candele, non c’è incenso. I fedeli sono trattati con cortesia e la preghiera collettiva ha il tono di un ritrovo tra amici. Le parole sono scelte con cura, il latino non si usa mai e si evitano frasi troppo solenni. La sensazione è quella di essere a una festa, per quanto un po’ particolare, tra amici e vicini. Quando una bella donna sale sul palco per cantare, il pastore elogia il suo aspetto con un’accurata scelta delle parole: “È sublime”, dice, e subito aggiunge “in Gesù Cristo”. Tutti ridono. Qui il Signore non è solo l’ospite, è anche il migliore amico di tutti. Quelli di casa sono chiamati “fratelli”. Gli ultimi arrivati li lasciano in pace per farli ambientare, e alle persone anziane o ai genitori di bambini piccoli offrono i posti migliori. Sotto i vestiti eleganti si nascondono le origini sociali più disparate.

La produzione televisiva è molto ricca. L’immagine del palcoscenico pieno di strumenti musicali, di attrezzature per il suono e l’illuminazione, a fianco dell’imponente gru con la telecamera mobile, fa pensare subito a un set cinematografico. Le canzoni di lode a Dio sono interpretate dal vivo con accompagnamento musicale, rap o musica melodica. Tutto è progettato con una regia meticolosa, le inquadrature scorrono fluide e sono montate con una tempistica perfetta. Romildo Soares coinvolge il suo pubblico con carisma e con una sicurezza che pochi personaggi sono capaci di mostrare dal vivo.

Siamo in uno studio televisivo, ma l’obiettivo è pregare. Soares, che poi passerà il testimone a un collega, chiede ai suoi fedeli di fuggire dalle tentazioni e dai demoni interiori. Il sermone del pastore scandisce il ritmo della preghiera e tutti quelli che prima avevano gli occhi aperti e fissi sul palcoscenico li chiudono per concentrarsi. Nella sala a poco a poco cresce un mormorio che si trasforma in una nuvola sonora. Alla fine tutti gridano svegliandosi dalla trance. Il pastore dice che c’è una cura per tutti i mali e che se si crede a Gesù Cristo scompaiono tutti i dolori: in quel momento quelli che avevano qualche problema di salute, si alzano. Gli assistenti di produzione girano per la sala con un microfono in mano e chiedono ai fedeli di raccontare le loro storie di guarigione.

Tutto succede molto velocemente. All’improvviso dai corridoi laterali spuntano una trentina di persone che tengono in mano degli apparecchi per il pagamento con bancomat e carte di credito. Li mostrano ai fedeli: si accettano Visa, Mastercard e altre carte. I fedeli rispondono all’appello del pastore, che ricorda che l’opera del Signore deve proseguire. Quelli che oggi hanno poco o niente da dare non devono sentirsi obbligati. Per loro c’è una promessa: le cose stanno per cambiare. Se continueranno a seguire gli insegnamenti del pastore molto presto saranno in grado di fare una donazione.

Il programma finisce dopo un’ora. La gente sembra soddisfatta e rilassata. Uscendo dalla sala, le paure e le frustrazioni del mondo reale torneranno a farsi sentire. Ma i fedeli non devono aspettare troppo per partecipare a una nuova funzione e provare questa sensazione di benessere. Potranno accendere la televisione e guardare il programma comodamente da casa. Senza tv è impossibile sconfiggere la sofferenza.

Traduzione di Sara Bani.

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