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01 agosto 2012

Aiuto, sono finite le note

DOCUMENTI Andrea Scanzi, Il Fatto Quotidiano


Ricerca sulla (solita) musica pop

I soliti accordi”. Lo cantava Enzo Jannacci, 18 anni fa a Sanremo con Paolo Rossi. E lo dice adesso un – non troppo rivoluzionario – manipolo di studiosi spagnoli, capitanati da Joan Serra. Per mesi hanno vivisezionato l’archivio smisurato di Million Song Dataset, database consultabile da chiunque in Rete. Cinquecentomila canzoni uscite tra il 1955 e il 2010. Duecentottanta gigabyte di file audio, appartenenti a circa 45mila artisti diversi. I parametri di paragone sono stati tono, timbro, intensità. La sentenza, pubblicata ora su Nature Scientific Reports, è spietata: il pop occidentale è ormai imploso su se stesso. La musica popolare non ha più idee, come già pareva suggerire la moda della cover. “Il discorso musicale si è omogeneizzato, è un po’ tutto uguale – ha detto Serra – Gli indicatori numerici della diversità di transizione fra le combinazioni delle note sono costantemente diminuiti negli ultimi 50 anni”.

A peggiorare il desolante quadro clinico, il pop ha di per sé una varietà più limitata di suoni: una limitazione genetica. Ulteriore aggravante è che, a fronte della diminuzione di idee, sia aumentato il volume. Il pop è cioè senza suoni e melodie, ma in compenso urla di più. Notazione, quest’ultima, che si poteva desumere anche con metodi meno scientifici e più prosaici. Ad esempio ascoltando voci “nuove” come Emma o Noemi, che evidentemente – a giudicare dal successo – incarnano meglio di altri questa sorta di Basso Impero sonoro. La musica leggera non può che essere derivativa.

TUTTO QUELLO che c’era da dire è già stato detto, probabilmente in maniera irripetibile, tra Sessanta e Settanta. Le note sono quelle e a un certo punto l’innovazione finisce. Chi può dirsi, oggi, veramente rivoluzionario e al tempo stesso commercialmente fortunato? Incidere soprattutto per se stessi dà l’ebbrezza della libertà totale. E magari l’apice occasionale del genio. Spesso, però, nessuno o quasi ha l’occasione di ascoltarlo. Uno dei dischi più celebrati degli ultimi anni è stato OK Computer dei Radiohead: splendido, ma anche allora (1997) venne definito “il nuovo Dark side of the moon”. A sottolineare che tutto, ma proprio tutto, proviene dal preesistente. Ancor più nella musica. Gli studiosi spagnoli hanno – scientificamente – scoperto l’acqua calda. L’artista più bravo, oggi, non è quello che inventa ma che dà una parvenza minima di personalità a ricette largamente consolidate. Più che creare si reinterpreta, come negli standard jazzistici. E spesso si plagia. O se ne ha la sensazione. Il testacoda è tale per cui, se Al Bano dice che lo ha copiato Michael Jackson, finisce che forse è pure vero. E poco dopo, per puntuale contrappasso, è Al Bano a sfiorare il calco musicale (la sua Amanda è libera, per dirne una, è assai simile a La vendetta del fantasma formaggino di Elio e le storie tese). Vecchioni ha vinto Sanremo con una canzone che ricorda qua e là Mi manchi di Leali. Zucchero è stato accusato da mezzo mondo. Idem i Coldplay, che pure passano per innovatori. La lista è lunghissima. I soliti accordi, i soliti plagi. La musica, più che girare intorno, non si muove quasi più.

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