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20 giugno 2012

Quel relativista del papa

Immagine sacra di Umbanda, una religione sincretistica afro-brasiliana.

Nell'udienza generale di stamattina, papa Benedetto XVI ha formulato il seguente auspicio, affinché cessi la spirale di attentati e violenza tra islamici della setta Boko Haram e cristiani, che sta insanguinando da tempo la Nigeria:
Seguo con profonda preoccupazione le notizie che provengono dalla Nigeria, dove continuano gli attentati terroristici diretti soprattutto contro i fedeli cristiani. Mentre elevo la preghiera per le vittime e per quanti soffrono, faccio appello ai responsabili delle violenze, affinché cessi immediatamente lo spargimento di sangue di tanti innocenti. Auspico, inoltre, la piena collaborazione di tutte le componenti sociali della Nigeria, perché non si persegua la via della vendetta, ma tutti i cittadini cooperino all’edificazione di una società pacifica e riconciliata, in cui sia pienamente tutelato il diritto di professare liberamente la propria fede.
Sembrano parole condivisibili, di assoluto buon senso. Ma sono conciliabili con la pretesa della religione cristiana (e di quella musulmana) di possedere e dispensare la Verità con la 'V' maiuscola? Volere la libertà di professare la propria fede non obbliga forse a riconoscere che anche chi segue una fede diversa abbia diritto alla medesima libertà? A me sembra che questo appello del papa, come tanti altri simili fatti in passato, sia un chiaro cedimento a quel "famigerato" relativismo culturale, contro cui lo stesso papa e vari cardinali hanno scagliato anatemi. Se io ho diritto a professare la mia fede, allora anche tu hai diritto a professare la tua, anche se è diversa dalla mia. Se non è relativismo questo, cos'è relativismo?

Ora, a parte la giravolta logica incorporata in questo appello, temo che sia una posizione insostenibile per definizione, destinata a cadere sotto l'evidenza dei fatti. Le religioni, infatti, hanno in genere questo di brutto: pretendono di possedere verità assolute, non dimostrate e non dimostrabili, vere per rivelazione, che devono valere per tutti gli esseri umani, credenti e non credenti. Ciò evidentemente non si concilia con la coesistenza pacifica di più religioni su uno stesso territorio. Basta che non ci si trovi d'accordo su uno dei cosiddetti valori "non negoziabili" ed ecco che venire alle mani, o peggio alle bombe, diventa l'unica via praticabile, se non si può ricorrere al foro della ragione e della dimostrazione scientifica per trovare un compromesso o una verità condivisa.

Quando le "verità" sono fatte calare dall'alto per rivelazione divina, l'unico compromesso possibile è l'instaurarsi di un sincretismo religioso, cioè una contaminazione reciproca delle credenze, in cui la pacificazione avviene per il progressivo smussamento delle differenze. Quando però la via del sincretismo non è percorribile, o perché i dogmi sono troppo diversi e troppo radicati storicamente o perché le fazioni in lotta sono animate, come spesso capita, anche da interessi politici ed economici, come si fa a evitare il ricorso alla violenza?

Si potrebbe evitare, forse, se le parti in conflitto rinunciassero – cosa che appare impossibile – all'essenza stessa delle religioni rivelate, cioè la pretesa di possedere La verità. Nel perseguire l'attuazione di questa pretesa, i fanatici di Boko Haram si dimostrano più onesti e conseguenti delle gerarchie cristiane: vogliono spazzare via del tutto gli avversari religiosi, perché sanno che non c'è spazio, né nella logica né nel territorio, per due verità assolute. L'appello del papa alla libertà di fede, invece, appare una strada senza uscita, un paralogismo inconciliabile con la pretesa di assoluto delle grandi religioni monoteiste.

Purtroppo il dogma della verità rivelata, qualunque forma assuma e da qualunque parte sia sostenuto, implica sempre una violenza. Nel migliore dei casi tutto si risolve in un'offesa alla ragione, nel peggiore occorre mettere in conto la brutale distruzione di cose e persone.

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