Stamattina, mentre facevo colazione, è entrata in cucina mia moglie e mi ha suggerito di affacciarmi al balcone, senza fornirmi particolari. Mi affaccio e vedo che, proprio in mezzo alla strada, è comparsa un'enorme scritta realizzata a mano da qualcuno nel corso della notte. La scritta, che occupa tutta la carreggiata ad esclusione dello spazio preso dalle auto parcheggiate, recita testualmente: «Questo è dedicato a te.. Speciale come sei... Tanti auguri».
È solo l'ultimo caso di una serie di scritte analoghe, che stanno comparendo in ogni luogo di Roma. C'è una generazione di giovanissimi che, come è sempre stato in ogni epoca, ama esprimersi scrivendo sui muri, sulle panchine, sui tronchi degli alberi e, più di recente, anche sulle strade, seguendo forse lo stile dei madonnari.
Ciò che mi sembra essere cambiato negli ultimi anni è il contenuto delle scritte. Gli odierni graffitari scrivono una caterva di melensaggini sentimentali, che, ai miei tempi (parliamo del secolo scorso), ci si sarebbe amputati le mani piuttosto di scrivere. Anzi, non sarebbero neppure venute in mente. Gli adolescenti e i giovani degli anni '70-'80 vergavano sui muri dei palazzi e sulle porte dei bagni pubblici testi politici oppure scritte e disegni osceni. Lo sfogo sentimentale era riservato alle cortecce degli alberi o alle colonne dei monumenti visitati in gita scolastica, e si limitava di solito a un modesto cuore trafitto da una freccia, con nomi e date.
Oggi, invece, c'è un profluvio di dichiarazioni d'amore, veri e propri "papelli", per lo più sgrammaticati, che occupano panchine e viali dei parchi, marciapiedi e muri. Le scritte politiche sono praticamente scomparse e così i disegni osceni, quei giganteschi piselli stilizzati che hanno solleticato l'immaginario maschile e femminile per secoli e che il filosofo Montaigne amaramente condannò in un passo dei suoi Saggi, trovando che suscitavano attese esagerate nelle giovani inesperte (e inevitabili delusioni che ferivano profondamente l'orgoglio maschile).
Certo, ai tempi di Montaigne non esistevano i siti web pornografici, il che spiega forse il tramonto del graffito osceno, reso oggi inutile dal facile accesso delle nuove generazioni a immagini e filmati che illustrano ampiamente le differenze naturali tra maschio e femmina. Ma a cosa è dovuto il tramonto delle scritte politiche? Possibile che i giovani contemporanei non abbiano più alcuna voglia di cambiare il mondo o, almeno, di far sapere pubblicamente come la pensano?
La loro disaffezione per la politica è assolutamente evidente, come dimostra non solo il predominio dei graffiti sentimentali su quelli politici, ma anche, per esempio, la difficoltà del casting della nuova edizione del Grande Fratello di reperire concorrenti che si interessino attivamente di politica e, soprattutto, che abbiano il coraggio di parlare in televisione delle proprie idee politiche.
Insomma, pare che giovani e giovanissimi, in questi ultimi anni, abbiano molte meno difficoltà dei loro coetanei di venti o trenta anni fa nell'esprimere pubblicamente i proprio sentimenti. E questa è senz'altro una cosa buona: saper articolare il linguaggio del cuore è una forma di maturazione umana e, probabilmente, un modo per limitare le esplosioni di violenza che nascono dalla frustrazione e dalla brutalità emotiva di chi non sa neppure trovare le parole per dire cosa prova.
Tuttavia, questa maturazione emotiva non è sufficiente a se stessa. Per nascita siamo anche cittadini, non soltanto individui (soli o in coppia). L'Italia di oggi sembra quasi del tutto priva di una pubblica opinione. Il dibattito politico pubblico, gestito dai politici di professione a cui le televisioni fanno da cassa di risonanza, fa letteralmente cadere le braccia, incentrato com'è quasi esclusivamente su Berlusconi, le sue donne, i suoi conflitti d'interessi, i suoi reati veri o presunti.
Abbiamo bisogno come l'aria, per uscire da questa palude, di giovani che scoprano, o riscoprano, l'interesse per la politica, intesa non come ricerca di clientele e di privilegi, ma come spinta ideale a migliorare il mondo o, più modestamente, il proprio quartiere, la propria città, il proprio paese.
E allora concludo: caro Federico Moccia, ma che cosa hai fatto a questi ragazzi che riempiono panchine e strade solo di melassa («Sei iniMaginabile», «Sei unica», «Kiko e Flo insieme per sempre»)? Sei l'effetto o sei la causa del loro rincoglionimento?


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