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01 ottobre 2009

Un embrione congelato di democrazia

Sono giorni difficili, in Italia, per chi ha a cuore il pluralismo dell'informazione. Tutta la televisione non allineata al modello dominante che furoreggia nei principali telegiornali e nella "Terza Camera" di Bruno Vespa (non fare domande scomode, nascondere per quanto possibile i fatti sgraditi alla maggioranza di governo), è sotto attacco da parte del centrodestra e dei vertici della RAI.

Avendo preso alla lettera la missione di servizio pubblico soprattutto nella parte "servizio", quei vertici si sbracciano per servire, ma non il pubblico, bensì il "committente occulto", che poi non è neppure tanto occulto, a ben vedere. Così, si mettono i bastoni tra le ruote ad Annozero, a Che tempo che fa, a Report e persino a Parla con me, il programma quasi notturno della Dandini. Il direttore generale della RAI, Masi, incurante di danneggiare una trasmissione che fa ottimi ascolti e procura introiti pubblicitari come Annozero, chiede l'intervento dell'Autorità garante delle telecomunicazioni a proposito della partecipazione di Travaglio al programma. In altre parole, il controllato chiede al controllore di attivarsi per verificare se c'è qualcosa che non va. Siamo alla farsa. Ed è altrettanto comico pensare che è stata la stessa Agcom a rifiutare l'incontro, avendo conservato forse il suo presidente - Corrado Calabrò - un minimo di senso del ridicolo.

Riflettendo sui problemi dell'informazione in Italia alla vigilia della manifestazione di protesta indetta per il 3 ottobre, già giudicata «una farsa assoluta» dal nostro amato presidente del consiglio, mi è ritornato alla mente un bell'intervento di Corrado Guzzanti al Palalido di Milano, nell'ormai lontano 14 dicembre del 2003. Si trattava anche in quel caso di una manifestazione di protesta, organizzata, tra gli altri, da quel movimento dei girotondi così colpevolmente (e vigliaccamente) lasciato morire dai capintesta della sinistra parlamentare.

Fu un intervento, quello di Guzzanti del 2003, di tono alto. Insolitamente, non c'era nulla di comico nelle sue parole. Leggendo da una serie di foglietti, mise in fila molti concetti ancor oggi attualissimi: cos'è la democrazia, qual è e quale dovrebbe essere il ruolo del cittadino elettore, i disastri della cattiva televisione, la politica di Berlusconi e il conflitto d'interessi. Ma soprattutto parlò dell'idea di libertà, che non è solo libertà dai bisogni primari, ma anche libertà di poter scegliere ciò che non si conosce (ancora). E in questo creare alternative di scelta, il ruolo della democrazia, della buona informazione e della scuola sono essenziali.

Inutile rimarcare che, nell'Italia degli ultimi quindici anni, la situazione - quanto a libertà di scelta e disponibilità di alternative - è degenerata in modo a dir poco grottesco (grottesco è proprio la parola esatta, se vogliamo far riferimento, per esempio, al concetto di politica che traspare dall'incredibile lettera di un consigliere comunale romano, tale Patrizio Bianconi, pubblicata oggi dai giornali).

Ma basta scrivere. Ecco di seguito il filmato dell'intervento di Guzzanti al Palalido di Milano, del quale mi colpisce ancora oggi la "diagnosi clinica" di ciò che pare essere tuttora la democrazia italiana: un embrione congelato di democrazia.



La trascrizione completa dell'intervento di Corrado Guzzanti

(grazie a Vittorio Bica)


Siamo qui a difendere la libertà d’informazione e la democrazia. Onestamente, proprio perché sta succedendo quello che sta succedendo, viene da chiedersi: quale? Quella di prima?

Io credo che l’incredibile facilità con cui idee e leggi illiberali riescono ad affermarsi, dimostra quanto fosse fragile la democrazia che avevamo. Questa è una Repubblica che negli anni ’50 e gli ultimi quaranta è stata per necessità eterodiretta, in cui la Guerra Fredda ha impedito e congelato l’alternanza democratica, in cui il sistema della rappresentanza politica è stato falsato e ingannato (oggi forse è anche peggiore), in cui il sistema dei partiti si è trasformato in oligarchia mettendo le mani dappertutto, occupando tutti gli spazi e riducendo le possibilità e la libertà dei cittadini fino a derubarli e opprimerli. E’ un paese in cui il popolo viene chiamato alle urne per una consultazione referendaria e poi chi è al potere decide se sia conveniente o no dare seguito al responso delle urne.

Noi non abbiamo mai avuto una democrazia matura. Noi abbiamo un embrione congelato di democrazia.

Oggi invece abbiamo un potere partitocratico ancora più forte e ancora più fortemente legato alle lobby e agli interessi dell’industria e decisamente più libero dal controllo dei cittadini. Il sistemi d’informazione sono infinitamente più lottizzati di quanto non fossero nell’Italia pre Mani Pulite e direi, anzi, che il conflitto d’interessi si può definire come il perfezionamento e la forma estrema e compiuta della lottizzazione.

Nel nostro paese la gente vota, spesso non sa esattamente chi, e il Governo che esce vincitore può permettersi di non rispettare il programma e legiferare su ciò che vuole e come vuole.

Quello che è cambiato profondamente in peggio, è il rapporto con il cittadino, i cui diritti politici si riconoscono solo nel momento delle elezioni, una volta ogni tot anni come un’eclisse di sole. Per il resto gli si chiede di non partecipare alla vita politica perché, anche se è legittimatore, non è legittimato. Si è smarrita l’idea, cioè, che l’elettore eserciti un controllo continuo – come deve fare – sull’operato di chi ha votato.

Siamo ad un sistema di rappresentanze in cui i cittadini non eleggono un loro servitore che deve dargli conto costantemente di ciò che fa, ma eleggono un padrone, che poi decide anche cosa i cittadini debbano pensare in termine di etica, di cultura, eccetera. Come se si dovesse votare non per l’alternanza di governi democratici, ma per l’alternanza di dittature.

È maturata con l’era Berlusconi l’idea che il voto elettorale sia un assegno in bianco e che il potere di una maggioranza di governo possa travolgere qualunque regola costituzionalmente condivisa, legiferare e mettere le mani nelle scelte più individuali delle persone, i rapporti di coppia, il sesso, l’educazione dei figli. Ad esempio, quest’assoggettamento alla Chiesa Cattolica: chi lo ha deciso?
Qui non è il problema dell’essere o non essere cattolici, né astrattamente il problema della laicità dello Stato. E’ proprio che nel ventunesimo secolo io possa – e magari sono anche credente – avere la libertà di non riconoscere alla Chiesa e alla cultura cattolica il primato dell’etica. Chi ha deciso per me? Quale scheda ho votato in cui mi si chiedeva se aderisco globalmente ai principi di una religione (che per altro ha alle spalle una storia di massacri, altro che i rubli del PCI)? Che potere di controllo ho, io che li ho votati, se fanno una legge – per altro nella trasversalità delle loro coscienze cattoliche – che li porta a fare questa roba aberrante della fecondazione assistita, col reimpianto obbligato degli embrioni in eccesso?

Ma il punto che m’interessa è questo: come faccio io cittadino ad esprimere il mio parere su questi problemi, se l’unica cosa che mi è concessa è votare ogni cinque anni un candidato che, per altro, ha lo stesso manifesto elettorale del suo avversario?

Alla democrazia oggi si pensa astrattamente come al sistema delle regole. A me sembra riduttivo: la democrazia, secondo me, è una filosofia, è una cultura, è un progetto politico. La democrazia, lo dico in senso buono, è un’ideologia, è un progetto di trasformazione della società. Chi crede nell’ideologia democratica, di fronte ai problemi della società ha un preconcetto, un pensiero guida, un obbiettivo che si potrebbe riassumere in questa frase: come possiamo fare perché il diritto, la libertà di scegliere e di decidere nel nostro paese ci sia per tutti, sia accessibile a tutti e sia la più estesa possibile? Quest’idea travalica i confini della politica.

Chi crede nella democrazia e, ad esempio, fa informazione, vuole contribuire ad arricchire il lettore perché possa capire di più e quindi crearsi una propria opinione. Si preoccupa quindi di rendere l’informazione più completa e fruibile per tutti. Chi fa l’insegnante e crede nella democrazia, sa che il suo compito è trasmettere il Sapere a tutti quelli che ascoltano le sue lezioni; se gli studenti hanno difficoltà, considera la cosa una sua mancanza – e non degli studenti – e, invece di bocciarli, cerca di trovare il linguaggio giusto per coinvolgerli nel processo dell’apprendimento, per renderli poi più padroni in futuro di fare scelte libere e consapevoli della loro vita.

Chi crede nella democrazia, al di là di come vota, ha già una precisa identità politica. La democrazia è lo sviluppo sistematico dell’idea di libertà, ma anche la libertà è un’idea in movimento, è un concetto relativo. Non esiste una persona libera in assoluto. La libertà è un dominio: sei libero rispetto a che? Un uomo nato nella giungla, che impara a sopravvivere, è libero di fare ciò che vuole, anche di uccidere, ma non è libero di scegliere o non scegliere ciò che non conosce. Può scorrazzare tra le frecce, ciondolare con le liane, ma non è libero ad esempio di leggere un libro; nessuno glielo impedisce fisicamente e con una legge. Non è libero perché non sa che esistono i libri.

La democrazia come progetto dovrebbe quindi preoccuparsi non soltanto di garantire le libertà base del cittadino in rapporto agli altri, cioè le regole di convivenza, ma allargare gli spazi decisionali di un individuo oltre a quelli di cui ha coscienza di disporre.

Chi è veramente democratico non dovrebbe solo tollerare o garantire la libertà d’informazione, dovrebbe averne il culto. Ma l’informazione non è la semplice completezza dei dati e delle notizie; è anche il luogo in cui le idee si confrontano ad armi pari; è educativa in sé perché è la ginnastica dello spirito critico, ovvero permette insieme l’ampliamento della possibilità di scelta e quello della consapevolezza della scelta.

La televisione degli ultimi anni ha fatto danni non soltanto e non prevalentemente perché ha creato modelli diseducativi e premiato e promosso e dato sempre più spazio a personaggi – come dire – non intellettualmente attivi, ma soprattutto perché non ha dato spazio anche ad altro, impedendo un confronto con modelli di vita e ambizioni diverse. La gente è invitata, nella grande complessità dei programmi televisivi, a occuparsi di sesso e di calcio, spesso contemporaneamente. Io penso che non solo il cittadino abbia diritto all’informazione, ma ha diritto di chiedere di essere stimolato, attratto e consultato anche su argomenti di cui non s’interessa. L’informazione e la libertà sono anche la creazione e la crescita di questi nuovi interessi.

Il sistema è complessivamente diretto a rendere difficile l’accesso alle informazioni, esattamente com’è complicato e faticoso accedere a dei servizi pubblici che spettano di diritto. Nei termini della partecipazione pubblica alla vita politica – specialmente quando ci si avvicina alle elezioni – la vista viene poi annebbiata da questa farsa della nuova Guerra Fredda, che serve appunto ad instaurare paura, a fare credere che ci siano scelte di campo, differenze quasi razziali tra Destra e Sinistra, così come ci sono tra persone normali e magistrati. Anche qui, ovviamente, lo scopo è alzare il livello emotivo dello sconto per tenere basso quello critico. Qualunque tema che riguardi una questione puramente democratica, come il conflitto di interessi, viene ridotto attraverso la propaganda a semplice arma nella lotta per il potere fra Destra e Sinistra, quindi è strumentale, quindi perde ogni valore ideale. Anche chi dice “la Legge è uguale per tutti”, lo dice per uno scopo politico.

Due anni fa Berlusconi, per sue convenienze personali e perché i sondaggi glielo consigliavano, ha deciso di privare gli Italiani – ai quali chiedeva di eleggerlo a capo del Governo – del frammento d’informazione centrale e decisivo in ogni democrazia che attraversa un periodo elettorale: il confronto diretto tra due candidati premier. Non gli importava confrontare i due programmi perché pensava, ed aveva ragione, che avrebbe vinto lo stesso. È una delle dimostrazioni più sfacciate e drammatiche di cosa pensi dell’informazione: l’informazione non ha alcun valore etico, ha solo il valore strumentale della propaganda ed è uno strumento ad uso suo e non degli Italiani.

Berlusconi ha trasformato culturalmente sia le questioni personali, sia le questioni di principio in questioni politiche nel senso basso del termine. Uno dei danni maggiori che questo produce, è un clima di schizofrenia che favorisce il proliferare delle contraddizioni – grazie al quale il concetto stesso di democrazia va in tilt – come il conflitto di interessi che la legge Gasparri adesso ha eletto a regola; senza parlare dell’altro conflitto di interessi: quello con la Magistratura.

Mentre la Magistratura, e cioè lo Stato, esamina – diciamo – la legittimità sociale di un individuo, quello si fa eleggere e quindi legittimare politicamente; fatto ciò sostiene che il mandato popolare sopraffà e annulla il valore del giudizio della Magistratura e anzi lo autorizza ad evitarlo per via legislativa. A quel punto sembra quasi che siano i cittadini a trovarsi in conflitto con la Magistratura e cioè con lo Stato. Il problema è che, diversamente dai regimi autoritari, nei regimi democratici i cittadini e lo Stato sono la stessa cosa.

Proprio il persistere di queste dinamiche distorte distrugge il sistema immunitario della democrazia. C’è il rischio che la gente finisca per pensare che la Società – anche in senso alto e ideale – sia solo uno scontro tra lobby che lottano per interessi privati e la scelta elettorale debba forse andare a quella [lobby] che nel perseguirli possa – magari come effetto collaterale – dare qualche vantaggio a certe categorie.

Credo che l’unico anticorpo possibile consista nel creare non una nuova entità politica, ma quella cosa che le democrazie sane e vere hanno e noi ancora no, cioè una forte e solida opinione pubblica. I movimenti in generale non piacciono, si ha l’impressione che generino un sentimento preconcetto di antipatia, come se si trattasse dei teppisti della curva che fanno casino.

Paradossalmente si è sentito sollevare da questa maggioranza una questione di legittimità: ci sono ventimila persone in piazza, con che diritto manifestano? Chi li ha votati? Chi rappresentano?

La risposta ovviamente è: rappresentano ventimila persone in piazza!

In Italia si deve rimparare che l’elezione dei rappresentanti politici non sostituisce la rappresentanza politica di se stessi.

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