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14 novembre 2009

Prigionieri di un delirio di onnipotenza

Il disegno di legge sul cosiddetto «processo breve» è l'ultimo atto del personale delirio di onnipotenza di Silvio Berlusconi. Quest'uomo non vuole accettare in nessun modo la regola di uguaglianza tra i cittadini che vige nei paesi democratici. Non tollera di comparire - come un signor Chirac qualunque - davanti ai giudici che lo accusano di reati.

Non so se dentro di sé ritenga veramente di essere nel giusto (e sarebbe incredibile!), ma fatto sta che i suoi problemi giudiziari sono il motore che da molti, troppi anni obbliga il Parlamento e la politica italiana ad occuparsi in modo prioritario di leggi che non creano giustizia ma ingiustizia, leggi che non puntano a risarcire le vittime di reati ma a garantire, spesso con i sotterfugi più vergognosi, che i colpevoli la facciano franca.

Ora, che un uomo dotato di forte personalità, ambiziosissimo, ricco sfondato, padrone di quotidiani e televisioni, totalmente indifferente alle categorie morali del giusto e dell'ingiusto, riesca nell'impresa compiuta da Berlusconi, cioè di vincere tre campagne elettorali e di conservare la carica di Presidente del Consiglio più a lungo di qualunque suo predecessore, è in fin dei conti anche comprensibile. Comprensibile - voglio dire - in relazione a quello che è l'Italia: un paese in cui il rispetto delle regole democratiche conta come il due di picche e dove, per moltissimi, la massima ambizione e garanzia di carriera è servire un potente, meglio se è il più potente di tutti.

Tuttavia, persino in Italia dovrebbe esserci un limite alla faccia tosta, un limite alla parola che sovverte i fatti e la verità, un limite alla deriva di prostituire il diritto e la giustizia all'interesse di un singolo.

Quello che dà più fastidio in assoluto a chi crede ancora nell'idea barocca che le istituzioni dovrebbero lavorare per il bene collettivo e la giustizia, è che le leggi-vergogna varate o semplicemente progettate dagli accoliti di Berlusconi usino il linguaggio astratto del diritto, si rivolgano cioè al cittadino in generale, non ad un invidivuo in particolare, a quell'individuo.

In verità, ci hanno provato a restringere il campo con il lodo Schifani e, anni dopo, con il lodo Alfano, ma - guarda un po' - la Corte Costituzionale ha dovuto ricordare a tutti che è incostituzionale una legge che pone alcuni cittadini al di sopra delle regole che valgono per tutti gli altri.

Così, nel tentativo di ritagliare un abito su misura adatto a sanare i processi dell'incensurato per antonomasia, diventa giocoforza creare un buco, o meglio una voragine, nella rete della giustizia. Da questo buco fuggono o fuggiranno, con l'approvazione della legge, centinaia o migliaia di autori di reati, lasciando nella rabbia e nel dolore impotente le vittime dei loro crimini.

Di fronte a questo scempio che va avanti da anni, come fanno le persone per bene all'interno della maggioranza di governo - che pure ci sono - a sopportare e ad accettare? Come si può contininuare a dire sì ogni giorno per anni a un simile schifo, a questo quotidiano spacciare per urgenze collettive la brama di potere e di impunità di uno solo? Lasciamo perdere i Ghedini, i Bondi, i Gasparri, i Cicchitto, i Bonaiuti, i Capezzone, che hanno con piacere e guadagno personale venduto l'anima al diavolo da molto tempo. Ma gli altri? Come fa, presidente Fini, a mettersi d'accordo sul processo breve con Berlusconi, invece di buttare all'aria il tavolo delle trattative e pretendere nuove elezioni? Dov'è finito quel Bossi che sacramentava contro «il mafioso di Arcore», affibbiandogli epiteti che neppure gli avversari politici più riottosi si sono mai permessi di usare? È possibile che l'idea leghista di giustizia comprenda solo il «reato» di clandestinità e si disinteressi beatamente di tutto il resto?

Basta una buona volta! Speriamo che il disegno di legge sul processo breve sia davvero l'ultimo insulto alla giustizia partorito da questo Parlamento popolato di troppi servi e di troppi irresponsabili. Speriamo soprattutto che rimanga un progetto. Ci sarà rimasta - mi chiedo - negli esponenti della maggioranza quel minimo di lucidità mentale per capire le conseguenze a lungo termine per la collettività di ciò che stanno facendo? Possono il potere e i soldi annebbiare fino a questo punto le coscienze? Mah... Comunque sia, persino Roberto Saviano si è sentito in dovere di abbandonare per una volta il suo aplomb bipartizan, per lanciare un appello al Presidente del Consiglio che più chiaro non si può.


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