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06 luglio 2012

Rai, Schifani il fuorilegge

DOCUMENTI Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano

L’operazione “elezione del nuovo Cda Rai” è avvenuta in violazione della Costituzione e agli ordini di Berlusconi eseguiti dal presidente del Senato

Paolo Amato era un senatore Pdl membro della Commissione di Vigilanza Rai. In queste ore era chiamato, con i suoi colleghi di destra e di sinistra, a indicare e votare alcune persone, presumibilmente con qualche titolo e qualche valore in qualche campo, per comporre il nuovo consiglio di amministrazione della Rai. Questo piccolo, modesto intervento parlamentare nella storia italiana, non è mai avvenuto. Il sen. Paolo Amato non ha scelto né votato nessuno perché al momento di votare non c’era più. Era accaduto che il suo partito l’aveva improvvisamente rimosso per divergenza di idee: non aveva indicato e non avrebbe votato la stessa persona imposta dal suo partito. C’è però una fastidiosa complicazione: la Costituzione stabilisce che i parlamentari sono eletti “senza vincolo di mandato”. Provvede subito il presidente del Senato. Rimuove subito e sostituisce un membro della Commissione di Vigilanza Rai sgradito a Berlusconi.

La prima, ferma protesta, anche piuttosto rude, è di Gianfranco Fini, che vede e denuncia la rottura del gioco.
Formalmente, infatti, è il presidente di ciascuna Camera che (ovviamente su indicazione dei partiti) nomina e assegna i componenti delle Commissioni. Il potere di nomina non comprende il potere di revoca. La revoca non esiste. In un articolo della legge che istituisce la Commissione, si dice che l’incarico cessa soltanto per dimissioni, per sopraggiunto incarico di governo, o per fine legislatura. Infatti, nei Parlamenti democratici qualsiasi possibilità di rimozione di una persona eletta da una commissione parlamentare configurerebbe un limite alla libertà dei suoi componenti, qualunque sia la ragione, salvo richieste della magistratura, se accolte dal voto degli altri parlamentari.

Ricostruiamo la sequenza. Il senatore Amato, del Pdl, viene mandato in Commissione di Vigilanza con precise istruzioni. Prima di votare annuncia che non seguirà quelle istruzioni, che ha altro in mente. Fa il nome di una persona di buone credenziali culturali, attualmente alla guida dell’Istituto Sturzo. Niente di rivoluzionario, ma non è questo il punto. Bolle ben altro in pentola per gli interessi del gruppo Berlusconi-Mediaset, altro che la buona reputazione culturale. Poiché Amato appare persuaso di questa sua candidata, che farebbe mancare un voto indispensabile ai piani già predisposti non dal Senato, non dalla Commissione di Vigilanza Rai, ma negli uffici di Mediaset (di cui la Commissione si vuole che sia il vero organo tutelare) occorre rimuovere il senatore che non sta al gioco. A un lavoro sporco di questo genere di solito provvede il Gruppo, tanto più che il Gruppo dei senatori Pdl è presieduto da uno fidato come Gasparri, che darebbe l’anima (anzi, l’ha data) per essere il nuovo Dell’Utri o il nuovo Previti di Berlusconi. Ma l’intervento del Gruppo, che può agire solo con un adeguato misto di minaccia e promessa per arrivare a una decisione “spontanea” è troppo lungo, chiede troppo tempo. Serve l’autorità insindacabile del presidente del Senato. Non può farlo ma lo fa. E lo fa, nel giro di un po’ meno di un’ora, con autorità indiscutibile e inesistente.

Rutelli, nella stessa seduta d’emergenza del Senato, formula questa accusa: “È come fare irruzione in un seggio elettorale e fermare qualcuno mentre sta per votare”. La differenza grave, nel caso di cui stiamo parlando, è che il voto che viene fatto mancare d’autorità, è il voto decisivo. Questo è accaduto il giorno 4 luglio. Il 5 luglio, verso sera, Schifani si precipita in aula e si difende con una affermazione curiosa. Dice: “Non ho fermato la mano del senatore mentre stava votando. L’ho fatto prima.” Non si vede che cosa cambi. Glielo dicono i senatori Pardi e Zanda. Schifani, seconda carica dello Stato, non poteva prendere quella decisione che ha falsato il voto.

La vera giustificazione, che Schifani non può esibire in Senato è che il Pdl, partito di Berlusconi, di Mediaset e il conflitto di interessi che non dorme mai, hanno esigenze e ragioni che non possono essere negoziati, meno che mai, discussi e spiegati in Parlamento. Ne consegue che l’intera operazione “elezione del nuovo consiglio di amministrazione della Rai” è avvenuta fuori dalla legge, in violazione della Costituzione, e agli ordini esclusivi di Berlusconi, eseguiti dal presidente del Senato.

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