Quanto segue è una risposta articolata alle obiezioni mossemi da un lettore, nei commenti a un articolo precedente ("Più scienza, meno religione").
Caro Anonimo, grazie innanzitutto per avermi dato del "galantuomo del dialogo": un epiteto forse un po' demodé, ma che mi fa piacere perché vuol dire che il mio sforzo di ispirarmi all'insegnamento socratico, nel considerare attentamente le opinioni altrui e nell'attendermi dal dialogo un accrescimento del sapere reciproco, non è del tutto fallito né passato inosservato.
Vengo alle risposte, partendo dalla questione dell'anonimato. Perché firmarsi? Il motivo più banale è per evitare equivoci nell'attribuzione dei commenti: che casino, per esempio, se un altro anonimo avesse postato i suoi commenti proprio in mezzo ai suoi tre ultimi. Ma questo è davvero il meno. La cosa che mi dà fastidio e che mi fa reputare l'anonimato una scelta un po' vigliacca e disonesta è che l'anonimo dialoga in modo asimmetrico, a suo vantaggio, con l'interlocutore che invece si firma con nome e cognome. Io non so se lei sia un giovane o un vecchio, un uomo o una donna, una sola persona o un gruppo di persone. Non so che formazione e che interessi abbia, se è qualcuno che conosco oppure no, se scriva qui per amore dell'argomento, per noia o per prendersi gioco di me. Certo, ciò che scrive ha un valore e una coerenza che meritano da soli una risposta, ma il dialogo su un blog, per quanto disincarnato, è pur sempre un rapporto umano, nel quale presentarsi per quel che si è, è secondo me una forma di rispetto per l'interlocutore. Inoltre, firmarsi e rendersi riconoscibile, per esempio postando il link a un proprio blog, vuol dire assumersi la responsabilità delle proprie esternazioni. Se penso che ci sono giornalisti che sfidano i cartelli della droga in Sudamerica, avendo il coraggio di firmare le proprie inchieste e spesso pagando con una morte atroce il loro coraggio, trovo veramente ridicolo che in un paese per fortuna ancora relativamente libero come l'Italia ci si nasconda dietro l'anonimato, quando tutto il rischio che si corre è quello di apparire in una chiacchierata pubblica sui massimi sistemi dell'universo, in un blog sconosciuto ai più. Forse che non può permettersi di essere associato in modo riconoscibile alle opinioni che ha espresso su queste pagine? No, firmarsi non è affatto superfluo, come lei ritiene. E' invece importante, molto importante, soprattutto in un paese come l'Italia, dove l'assunzione diretta di responsabilità è uno sport privo di praticanti.
Passo alle sue obiezioni sul titolo del post. Lo ammetto, "Più scienza, meno religione" è una semplificazione veramente rozza. Ma devo dire che ha funzionato, almeno a giudicare dall'interesse che l'articolo ha suscitato, su questo sito e su Stukhtra. Ero e sono consapevole del fatto che un'istituzione religiosa, per esempio la chiesa cattolica, da un lato, e un fenomeno culturale come l'affermazione del metodo scientifico, dall'altro, non sono direttamente comparabili. Dovrà però ammettere che titoli più precisi, come per esempio "Invito ad approfondire la differenza tra verità empiriche e verità di fede" oppure "Invito a prendere decisioni basate su fatti invece che su dogmi", non sarebbero stati altrettanto pregnanti. Il titolo in fondo è solo un'allusione al contenuto, un'allusione in questo caso colpevolmente ellittica: ma serviva a far sorgere la curiosità di leggere. Mi auguro che chi abbia letto il testo fino in fondo sia riuscito comunque a recuperarne l'intenzione principale, che era quella di mettere sull'avviso il lettore sui rischi che si corrono quando si prendono decisioni importanti per la collettività, lasciandosi guidare solo o soprattutto dai propri pregiudizi (quelli religiosi sono notoriamente tra i più forti), senza sforzarsi di analizzare e capire veramente tutta la complessità delle posizioni in gioco.
Riguardo quest'ultimo problema, credo che lei sia troppo ottimista ("gli strumenti per discernere in autonomia sono sempre più diffusi" ecc.). È vero che oggi viviamo in un mondo dominato dai ritrovati della scienza e della tecnologia (Internet e i telefonini, per dirne due), ma è altrettanto vero che l'uomo continua a portare nella testa gran parte di quel cervello primitivo che gli serviva per sopravvivere nella savana. Ha pertanto conservato l'abitudine ad agire d'istinto, sulla base di impulsi ed emozioni spesso primordiali, con tutti i rischi che da ciò oggi derivano, data la potenza dei mezzi tecnologici che possono essere usati a fini distruttivi e la mancanza di scrupoli di chi ha in mano le leve del potere (religioso, economico, politico, militare, mediatico). Oggi più che mai, insomma, abbiamo bisogno di sviluppare una maturità etica e una vera libertà di pensiero, unite alla libera circolazione della cultura. Sono i soli antidoti che abbiamo contro il rischio di imbarbarimento che a me sembra molto concreto: il fatto che in Grecia sia arrivato in parlamento un partito apertamente razzista e nazista come Alba dorata non può essere spiegato solo come una reazione alla crisi economica che sta strangolando quel paese.
Questione etica. Ha ragione, sono stato impreciso. Per brevità ho sorvolato sulla distinzione tra etica e morale (è grave per un laureato in filosofia?), a cui forse lei intendeva riferirsi quando ha precisato che "l'etica non è una scala di valori". Non entro nei dettagli della distinzione per non appesantire il discorso. Quello che a me premeva, e preme, mettere in luce è che l'etica, intesa nel senso generale di riflessione sul senso dell'esistenza umana e sui valori che devono informare il comportamento, deve essere disancorata dai dogmi religiosi. Fondare l'etica (nel senso banale di "ciò che è giusto fare") su dogmi o, peggio ancora, sulle mutevoli interpretazioni storiche dei dogmi, significa aprire la strada a conflitti e distruzioni di ogni genere. Cito solo un esempio recente: la distruzione sistematica dei mausolei di Timbuctu, che alcuni estremisti islamici stanno perpetrando in questi giorni, perché ritengono quell'antica forma d'arte sacrilega rispetto alla loro fede religiosa.
So bene che la filosofia, da oltre due millenni, e più di recente anche la scienza psicologica hanno cercato in tutti i modi di dare un fondamento razionale e/o scientifico all'etica. I risultati sono stati forse discutibili, ma nondimeno hanno posto una seria base di riflessione e di dati oggettivi a disposizione di chi vuole informarsi. A fronte di questa mole di studi, la riflessione pubblica in campo etico è, almeno in Italia, a dir poco asfittica. I vari comitati etici istituiti dal parlamento e le scelte legislative susseguenti sono stati ampiamenti determinati da orientamenti religiosi, quelli dei membri cattolici, piuttosto che da un'aperta e sincera discussione che tenesse nel giusto conto i risultati della filosofia e della psicologia sperimentale. "Non uccidere" rimarrà probabilmente il comandamento cardine anche della più matura etica scientifica, ma personalmente preferisco che il fondamento etico venga trovato alla fine di un'indagine conoscitiva, di una personale elevazione spirituale, di un ampio dibattito pubblico, piuttosto che in un dogma ritualizzato dalla tradizione, tramandato con giustificazioni da favoletta per bambini.
Questione del significato delle parole. Lei scrive: "Non ci può essere una logica dei discorsi, e quindi una coerenza, e poi una verità, se non si possiede il reale significato dei termini, e questo è molto difficile da trovare (santa filologia, beata filosofia), per giunta senza finire in una definizione ricorsiva (di tipo matematico)". Per questa obiezione, non ho che una risposta provvisoria e molto empirica. Quando si spinge la ricerca fino alle estreme generalizzazioni, fino ai significati più reconditi, e si cerca di trarre le dovute conseguenze, spesso si rimane con un pugno di mosche in mano, o con la sensazione di trovarsi di fronte un oggetto inafferrabile per definizione. È accaduto nella filosofia, per esempio, con il concetto kantiano di "cosa in sé": la conoscenza, afferma Kant, è sempre conoscenza di un fenomeno, mentre l'oggetto "in se stesso", la cosa al di fuori del suo rapporto col conoscente, rimane inconoscibile. È accaduto nella logica matematica: pensi alla delusione di Frege, quando ricevette da Russell la lettera che conteneva quell'enunciato su "un predicato che non può predicarsi di se stesso", che faceva cadere tutto il complicato edificio logico che Frege aveva costruito. Un fallimento che toccò poi anche all'analoga costruzione di Russell e Whitehead, messa in crisi dai teoremi di incompletezza di Kurt Gödel.
Per farla breve, quando si cercano gli assoluti si rischia di afferrare il nulla. Per fortuna, l'esperienza quotidiana ci pone invece, di solito, di fronte a situazioni che i nostri concetti, significati e significanti sono relativamente adeguati a circoscrivere e descrivere, favorendo la mutua comprensione e trasmissione della conoscenza. In questo senso circoscritto, transitorio e, se vogliamo, banale, il problema del senso è superabile: possiamo arrivare a delle verità, fattuali e provvisorie, ma comunque condivisibili, utili per garantire la vivibilità sociale e, magari, una maggiore libertà e felicità. Anch'io, come lei, vorrei che quel "meraviglioso giardino" che potrebbe essere il mondo garantisse ai suoi abitanti di essere liberi "e di non nuocere nel limite delle inclinazioni naturali". Non so se questo desiderio rimarrà sempre un'utopia, ma sento che ci obbliga moralmente a fare quel che possiamo per dare il nostro contributo.
Ultima questione: lei dice che bisognerebbe unire, non separare, "le persone e le loro verità, che sono già troppo distinte". Il riferimento era a un mio commento precedente, in cui dicevo che è opportuno distinguere etica da religione, verità empiriche da verità di fede. Personalmente sono convinto che l'attuale, grandissimo livello di incomprensione che c'è tra i sostenitori della scienza e quelli della religione (la prego, non cavilli sulla rozzezza della contrapposizione!) sia dovuto proprio alla difficoltà di distinguere preliminarmente ciò che andrebbe diviso. Quando dei concetti si trovano, per tradizione e mancanza di riflessione, ambiguamente fusi tra loro, non ne viene fuori nulla di buono per la convivenza umana. Preferisco i matrimoni in cui ci si sposa per libera scelta, piuttosto che le unioni stabilite a monte dalle famiglie. Fuor di metafora, i credenti accusano gli scientisti di non capire le ragioni della religione, gli scientisti accusano i credenti di credere stolidamente nell'irrazionale. Nessuno di essi sospetta, a giudicare dalle discussioni che si leggono in giro, che ognuno possiede solo una verità parziale, profondamente inquinata dalla propria forma mentis, dall'educazione ricevuta, dalle esperienze fatte. Bisogna imparare a uscire dal proprio punto di vista, fare lo sforzo di capire le ragioni dell'altro, accettare, se non altro come possibilità, che forse la nostra visione della realtà è parziale e incompleta. Tutto ciò porta al vero dialogo, socraticamente inteso, e alla possibilità di imparare a distinguere concetti che prima apparivano fusi e indistinguibili, ad approfondire cioè il senso delle parole, trovando insieme nuovi significati e alla fine, forse, nuovi punti di unione.
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