Quanto segue è una risposta articolata alle obiezioni mossemi da un lettore, nei commenti a un articolo precedente ("Più scienza, meno religione").
Caro Anonimo, grazie innanzitutto per avermi dato del "galantuomo del dialogo": un epiteto forse un po' demodé, ma che mi fa piacere perché vuol dire che il mio sforzo di ispirarmi all'insegnamento socratico, nel considerare attentamente le opinioni altrui e nell'attendermi dal dialogo un accrescimento del sapere reciproco, non è del tutto fallito né passato inosservato.
Vengo alle risposte, partendo dalla questione dell'anonimato. Perché firmarsi? Il motivo più banale è per evitare equivoci nell'attribuzione dei commenti: che casino, per esempio, se un altro anonimo avesse postato i suoi commenti proprio in mezzo ai suoi tre ultimi. Ma questo è davvero il meno. La cosa che mi dà fastidio e che mi fa reputare l'anonimato una scelta un po' vigliacca e disonesta è che l'anonimo dialoga in modo asimmetrico, a suo vantaggio, con l'interlocutore che invece si firma con nome e cognome. Io non so se lei sia un giovane o un vecchio, un uomo o una donna, una sola persona o un gruppo di persone. Non so che formazione e che interessi abbia, se è qualcuno che conosco oppure no, se scriva qui per amore dell'argomento, per noia o per prendersi gioco di me. Certo, ciò che scrive ha un valore e una coerenza che meritano da soli una risposta, ma il dialogo su un blog, per quanto disincarnato, è pur sempre un rapporto umano, nel quale presentarsi per quel che si è, è secondo me una forma di rispetto per l'interlocutore. Inoltre, firmarsi e rendersi riconoscibile, per esempio postando il link a un proprio blog, vuol dire assumersi la responsabilità delle proprie esternazioni. Se penso che ci sono giornalisti che sfidano i cartelli della droga in Sudamerica, avendo il coraggio di firmare le proprie inchieste e spesso pagando con una morte atroce il loro coraggio, trovo veramente ridicolo che in un paese per fortuna ancora relativamente libero come l'Italia ci si nasconda dietro l'anonimato, quando tutto il rischio che si corre è quello di apparire in una chiacchierata pubblica sui massimi sistemi dell'universo, in un blog sconosciuto ai più. Forse che non può permettersi di essere associato in modo riconoscibile alle opinioni che ha espresso su queste pagine? No, firmarsi non è affatto superfluo, come lei ritiene. E' invece importante, molto importante, soprattutto in un paese come l'Italia, dove l'assunzione diretta di responsabilità è uno sport privo di praticanti.
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05 luglio 2012
30 giugno 2012
Il diritto al lavoro non esiste
DOCUMENTI Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano
Elsa Fornero ha perfettamente ragione: non esiste alcun diritto al lavoro. Questo tipo di diritti, come quello alla salute o alla felicità, appartengono alle astrazioni della Modernità che nulla hanno a che fare con la vita reale. Sono diritti impossibili perché nessuno, foss'anche Domineddio, può garantirli. Esiste, quando c'è, la salute, non un suo diritto. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Così è inutile sancire il diritto al lavoro se in una società il lavoro non c'è. Ciò che in una società moderna possiamo pretendere è un'altra cosa: l'assicurazione, da parte della collettività, di una vita dignitosa anche per chi il lavoro non ce l'ha e non lo può trovare.24 giugno 2012
The Big Bang Didn't Need God to Start Universe, Researchers Say
DOCUMENTI Mike Wall, Space.com
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| This graphic shows a timeline of the universe based on the Big Bang theory and inflation models. Credit: NASA/WMAP |
SANTA CLARA, Calif. — Our universe could have popped into existence 13.7 billion years ago without any divine help whatsoever, researchers say.
That may run counter to our instincts, which recoil at the thought of something coming from nothing. But we shouldn't necessarily trust our instincts, for they were honed to help us survive on the African savannah 150,000 years ago, not understand the inner workings of the universe.
Instead, scientists say, we should trust the laws of physics.
23 giugno 2012
Più scienza, meno religione
Viviamo in un mondo paradossale. Usiamo quotidianamente strumenti tecnologici straordinariamente potenti, che hanno messo a nostra disposizione, almeno nei paesi ricchi, mezzi del tutto inconcepibili anche solo cento anni fa. Possiamo parlare istantaneamente e a basso costo con persone che vivono dall'altra parte del mondo; possiamo volare dall'Italia all'Australia in meno di ventiquattr'ore; possiamo riscaldarci senza accendere fuochi negli appartamenti; possiamo ordinare beni e servizi via Internet e riceverli a casa in pochissimo tempo; possiamo svolgere lavori pesantissimi usando mezzi motorizzati, senza più ricorrere alla forza di animali o di schiavi; possiamo mandare telescopi nello spazio per fotografare galassie distanti miliardi di anni luce; possiamo usare la forza dell'atomo per produrre energia.
A fronte di tutta questa potenza, il mondo è percorso da fremiti di irrazionalità che fanno a pugni con le conquiste della scienza e della tecnica, fremiti alimentati da credenze religiose che possono avere, e hanno già avuto, conseguenze devastanti. Come per esempio l'interminabile serie di lutti provocata dalla guerra intestina tra sunniti e sciiti in Iraq o la spirale di attentati e vendette che coinvolge fondamentalisti islamici e cristiani in Nigeria. Uccidersi per cause religiose, a meno che la religione non sia un puro pretesto per lotte di potere, è un fatto a dir poco irrazionale. Non perché non abbia una sua razionalità il voler eliminare chi si considera un nemico mortale, ma perché fragilissime, almeno intellettualmente, sono le basi da cui origina quell'odio.
A fronte di tutta questa potenza, il mondo è percorso da fremiti di irrazionalità che fanno a pugni con le conquiste della scienza e della tecnica, fremiti alimentati da credenze religiose che possono avere, e hanno già avuto, conseguenze devastanti. Come per esempio l'interminabile serie di lutti provocata dalla guerra intestina tra sunniti e sciiti in Iraq o la spirale di attentati e vendette che coinvolge fondamentalisti islamici e cristiani in Nigeria. Uccidersi per cause religiose, a meno che la religione non sia un puro pretesto per lotte di potere, è un fatto a dir poco irrazionale. Non perché non abbia una sua razionalità il voler eliminare chi si considera un nemico mortale, ma perché fragilissime, almeno intellettualmente, sono le basi da cui origina quell'odio.
25 novembre 2007
Capitalismo e tecnocrazia
DOCUMENTI Emanuele Severino, Il declino del capitalismo
Il filosofo Emanuele Severino spiega il paradosso del capitalismo, destinato a distruggere se stesso sia se continua a perseguire il proprio scopo naturale sia se decide di subordinarlo alla salvezza della Terra. Il testo seguente riproduce i capitoli 9 e 10 (pagine 54-66) del libro di Severino Il declino del capitalismo, pubblicato da Rizzoli nel 1993 e ristampato nel 2007.Il fine del capitalismo e il convitato di pietra
Tra le forze che hanno sconfitto il socialismo reale, il capitalismo è quella dominante. Anche il cristianesimo e la democrazia hanno avuto importanza in questa vicenda (peraltro tuttora in atto); ma il divario tra Est e Ovest si è rivelato insostenibile soprattutto sul piano dell'organizzazione degli strumenti che rendono possibile la sopravvivenza di una società. L'organizzazione capitalistica della tecnica si è rivelata superiore a quella comunista. D'altra parte lo scontro Est-Ovest è impensabile al di fuori dello sviluppo tecnologico guidato dalla scienza moderna. Nemmeno il capitalismo è concepibile separatamente da esso. Ma proprio per questo il capitalismo non è la tecnica. Questa differenza è riconosciuta da tutti. Si tratta però di coglierne il significato autentico.Sia Marx, sia gli avversari del marxismo ritengono che la tecnocrazia sia il punto più alto raggiunto dal capitalismo. Tuttavia si può stare nel punto più alto in molti modi. Anche il culmine di una parabola è il punto più alto; ma è anche quello da cui incomincia la discesa. Da tempo vado indicando i motivi che fanno pensare che la discesa del capitalismo sia già incominciata. Non si tratta delle difficoltà in cui oggi si trova l'economia capitalistica e che prima o poi possono essere superate. Si tratta di qualcosa di ben più decisivo: un insieme di forze di diversa natura e potenza agisce con pressione costante per distogliere il capitalismo dal fine che gli è proprio; e questo significa che esse agiscono per trasformare il capitalismo in qualcosa che non è più capitalismo.
16 maggio 2005
Perché l’embrione-persona è la negazione dell’uomo
DOCUMENTI Emanuele Severino, Corriere della Sera
Nuovo intervento di Emanuele Severino nel dibattito lanciato dal Corriere sulla fecondazione assistita in vista del referendum del 12 e 13 giugno. Secondo il filosofo, che ribatte alle tesi di monsignor Sgreccia, la posizione della Chiesa porta a una conclusione che contraddice la realtàL’articolo di monsignor Sgreccia pubblicato martedì 10 maggio sul Corriere mi induce a riproporre un tratto del mio discorso sull’embrione—lasciando anche questa volta da parte il mio pensiero filosofico e la mia critica del concetto di «capacità», e indicando solo quali conseguenze scaturiscono dalla dottrina della Chiesa sull’embrione. Invito cioè la Chiesa a pensare con attenzione al contenuto del mio articolo apparso sul Corriere del 24 febbraio 2005. Nel marzo scorso monsignor Sgreccia mi aveva criticato dicendo tra l’altro che, per me, affermare (come la Chiesa afferma) che l’embrione è sin dall’inizio un essere umano «è come affermare che l’uomo è "capace di entrare nel Regno dei Cieli"». Santo cielo! Se io avessi scritto queste strampalerie monsignor Sgreccia avrebbe il diritto di considerarmi uno sciocco. Ma non avendole scritte è sorprendente che un esponente così autorevole e competente della Chiesa abbia così frainteso il mio discorso. Che dunque ripropongo con alcune considerazioni relative al nuovo articolo di Sgreccia.
09 marzo 2005
Sgreccia: caro Severino, l'embrione è il dono di Dio all'uomo
DOCUMENTI Elio Sgreccia, Corriere della Sera
Monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, replica al filosofo Emanuele Severino, il quale, sul Corriere del 24 febbraio, aveva sostenuto che «la Chiesa sta affrontando i problemi della fecondazione assistita con concetti che si frantumano»Ho pensato a lungo prima di rispondere all'articolo del prof. Emanuele Severino pubblicato sul Corriere della Sera il 24 febbraio 2005, e centrato sui miei due interventi comparsi qualche giorno prima sullo stesso giornale (8 e 17 febbraio).
La difficoltà che ho avuto nel rispondere derivava, e in parte la sento ancora, dal fatto che si fa fatica a comprendere la tonalità e i passaggi «logici» del suo scritto, certamente, penso, per mio difetto; tuttavia ho creduto doveroso offrire qualche chiarificazione per esprimere l'importanza che attribuisco al dialogo anche quando i percorsi filosofici sono assai diversi. Se, poi, i miei argomenti appariranno «frantumati» più di quelli di Severino e più di quelli degli avversari, mi accontenterò di essere capito dalla gente comune, desiderosa forse di riflettere, leggendo il mio povero scritto di replica.
01 dicembre 2004
L'embrione e il paradosso di Aristotele
DOCUMENTI Emanuele Severino, Corriere della Sera
Un uomo in potenza non può voler dire essere umano in attoÈ di domenica la notizia che la Svizzera approva la ricerca sulle cellule staminali umane tratte dagli embrioni soprannumerari. E tra poco in Italia si aprirà la discussione su questo problema relativamente al referendum sull'uso delle cellule staminali. È allora il caso di avviare, con calma, la riflessione su questa importante e delicata questione.
Molti sostengono che l'embrione è un essere umano. Ma, al di là delle intenzioni, la loro logica - se vuol esser coerente ai propri princìpi - spinge ad affermare che l'embrione non è un essere umano. Lo si può scorgere in base a un «argomento» decisivo, che non è mai stato preso in considerazione e che indico qui per la prima volta, con la speranza di farmi capire.
03 ottobre 2004
Richiamo del nulla
DOCUMENTI Emanuele Severino, Corriere della Sera
I dati più certi riguardano Milano. Ma sembra che possano essere estesi a tutta l' Italia settentrionale. Al Nord la volontà di far cremare il proprio cadavere sta crescendo molto più rapidamente che al Sud.I motivi sono diversi. Ad esempio, quella volontà può esprimere il desiderio di semplificare i rapporti con i vivi. Forse si è sperimentata e comunque ci si è convinti dell'esteriorità delle forme tradizionali dell'inumazione e sparendo nel fuoco si aspira ad essere presenti in modo più autentico nella coscienza dei vivi. Forse perché i vivi li si è amati poco e quindi non interessa nemmeno quel loro più o meno apparente rimpianto che è più visibile nell'inumazione che nella cremazione. (Senza con ciò escludere che si possa esser pieni di amore e insieme desiderare la cremazione). E queste convinzioni possono prendere più piede al Nord industrializzato, dove la complessità dei rapporti sociali è maggiore, quindi maggiore l'aspirazione alle semplificazioni, e dove la cultura contadina e il calore dei rapporti familiari del Sud sono andati illanguidendo.
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