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16 luglio 2012

Tatuaggi, la tribù 2.0

DOCUMENTI Adriano Favole, Corriere della Sera

Scoperti dal capitano Cook a Tahiti, esportati in Occieente, reimportati in Polinesia. Sono stati le prime «icone globali»

Basta una passeggiata su un litorale per farsi un’idea dell’incredibile diffusione del fenomeno. Tatuaggi ovunque e di ogni forma. Non più, non solo adolescenti e giovani appartenenti a una controcultura: il tatuaggio è una moda contagiosa anche per i loro genitori. Musicisti, calciatori e attori hanno tracciato il sentiero: se un tempo il tatuaggio era un segno di primitività, oggi è al contrario un marchio di progresso. L’Occidente ha fame di tatuaggi e cerca altrove, in altre culture, simboli autentici e «tribali», come si usa dire.

«Se cerchi un tatuatore, vai da Willy». Così mi dissero, un paio di anni fa, alcuni amici di Futuna, un’isola della Polinesia occidentale. In tanti anni di ricerche antropologiche in Oceania non mi ero granché interessato al tatuaggio, benché lo stesso termine sia originario proprio della Polinesia.

Fu James Cook a raccogliere la parola tatau a Tahiti nel 1769, durante il suo primo viaggio di esplorazione del Pacifico e a divulgarlo in inglese (tattoo, tattooing) insieme a una descrizione densa della pratica.

22 giugno 2009

Sarkozy: «Il burqa non è un problema religioso, ma di libertà e di dignità della donna»

Il Presidente francese ha tenuto un discorso al Palazzo di Versailles, nel corso del quale, interrotto da applausi scroscianti, ha detto testualmente:
Il burqa non è un problema religioso. Il burqa è un problema di libertà e di dignità della donna. Il burqa non è un simbolo religioso, ma un segno di asservimento e di abbassamento.
Mi è difficile non essere d’accordo con le parole di Sarkozy. Anche perché si sposano perfettamente con quanto scrisse l’etologo Desmond Morris in un libro di qualche anno fa, parlando in realtà del velo più che del burqa (L’animale donna, Mondadori 2005, pag. 104):

29 maggio 2009

Le otto scritture antiche mai decifrate

DOCUMENTI Francesco Tortora, Corriere della Sera

L'etrusca, la meroitica, la zapoteca e il Rongo Rongo: ecco i linguaggi che restano tuttora dei grandi misteri

MILANO - Da quando è comparso sulla Terra l’uomo ha sempre sentito l’esigenza di trasmettere alle generazioni successive le conoscenze e l'esperienza acquisita nel tempo. La scrittura è certamente l’invenzione più importante per tramandare la storia. Senza la decifrazione dei linguaggi antichi oggi l'umanità avrebbe una cognizione molto limitata delle civiltà del passato. Secondo gli storici la prima scrittura a comparire sulla Terra è quella cuneiforme usata dai Sumeri: incise su tavolette di argilla le prime testimonianze risalgono al 3.000 a.C. Successivamente forme di scrittura apparvero in Egitto, quindi in Europa e via di seguito in Cina e in America del Sud. Benché molte scritture del passato siano state decifrate dagli storici, esistono ancora oggi linguaggi oscuri. Proprio a queste scritture ancora da decifrare la rivista inglese New Scientist dedica un lungo reportage individuando otto importanti grafie che restano ancora sconosciute all'umanità.